sabato 14 febbraio 2026

Sognare sapendo di sognare: la scienza e il mistero del sogno lucido


Tra Luca Giordano, Shakespeare e la neurologia moderna: quando la coscienza non si spegne nel buio


C'è un dettaglio nell'affresco che Luca Giordano dipinse nel 1685 per la Galleria di Palazzo Medici Riccardi a Firenze che vale la pena fermarsi a osservare. In alto a destra dell'Apoteosi della dinastia dei Medici, la Notte vola avvolta in un mantello azzurro punteggiato di stelle. Accanto a lei c'è Morfeo, e attorno a entrambi si agitano i Sogni — figli della Notte, secondo la mitologia greca, creature sospese tra il mondo dei vivi e quello degli dèi.

Giordano non stava solo decorando una volta affrescata per compiacere i Medici. Stava raffigurando una cosmologia. Per i Greci, il sogno non era un sottoprodotto del sonno: era un luogo. Un territorio con le proprie leggi, i propri abitanti, la propria consistenza ontologica.

Shakespeare lo sapeva, e lo scrisse con la precisione di chi tocca una verità difficile da smontare:

Siamo fatti della stessa materia con la quale son fatti i sogni; e la nostra piccola vita è avvolta nel sonno.

La Tempesta, atto IV


Due mondi separati — o forse no

La cultura occidentale moderna ha operato una separazione netta: veglia da un lato, sogno dall'altro. Due stati incompatibili, due modalità dell'esistenza che si escludono a vicenda come il giorno esclude la notte. Nel linguaggio comune, questa gerarchia è evidente: quando vogliamo dire che qualcosa non è reale, diciamo che è come un sogno. Quando ci svegliamo da un incubo, ci consoliamo con il dismissivo era solo un sogno — come se la parola "solo" bastasse a sminuire ciò che abbiamo appena vissuto con piena intensità emotiva.

Eppure c'è un paradosso che questa liquidazione frettolosa non riesce a risolvere: dentro il sogno, mentre accade, non lo riconosciamo come tale. Lo viviamo come reale. Proviamo paura, gioia, dolore, stupore con la stessa intensità neurofisiologica con cui li proviamo da svegli. Le emozioni oniriche non sono simulacri: attivano le stesse strutture cerebrali, producono le stesse risposte ormonali, lasciano le stesse tracce mnemoniche.

Il sogno è falso solo in retrospettiva. Nel momento in cui accade, è il presente più assoluto che conosciamo.


Quando la coscienza non abbandona il dormiente

C'è però una categoria di esperienze oniriche che complica ulteriormente questo schema già fragile. Si tratta dei sogni lucidi: stati in cui il dormiente si rende conto, nel mezzo del sogno, di stare sognando — e in alcuni casi riesce persino a orientare consapevolmente il contenuto dell'esperienza.

Il termine fu coniato dallo psichiatra olandese Frederik Willems van Eeden, che alla fine dell'Ottocento tenne un diario sistematico dei propri sogni per oltre vent'anni, catalogando e analizzando le esperienze di lucidità onirica con un rigore scientifico raro per l'epoca. Van Eeden descrisse il sogno lucido come uno stato in cui la mente osserva se stessa dall'interno, consapevole del proprio funzionamento ma ancora immersa nella dimensione onirica.

Quello che i soggetti riferiscono di questa esperienza sfida le categorie abituali. Non si tratta semplicemente di "capire di sognare": è una condizione caratterizzata da percezioni insolitamente vivide, da una chiarezza cognitiva superiore alla veglia ordinaria, da sensazioni fisiche — luce, temperatura, consistenza delle superfici — percepite con un'intensità che i resoconti descrivono come difficile da comunicare a chi non l'ha vissuta.


Il paradosso del sognatore lucido

Il punto filosoficamente più denso è questo: il sogno lucido sovverte le leggi della logica aristotelica — la gravità non vale, le proporzioni non hanno senso, gli spazi si contraddicono — eppure il sognatore non avverte contraddizione. Anzi, vive quella sospensione delle leggi fisiche non come anomalia ma come caratteristica naturale del territorio che sta esplorando.

Per chi ascolta il racconto dall'esterno, l'esperienza appare paradossale. Per il sognatore, ha una sua coerenza interna inattaccabile.

La neurologia moderna ha cominciato a fare luce su cosa accade nel cervello durante questi stati. Studi condotti con la risonanza magnetica funzionale mostrano che durante il sogno lucido si attiva in modo anomalo la corteccia prefrontale dorsolaterale — la stessa regione associata alla metacognizione, ovvero alla capacità di osservare i propri processi mentali. È come se, in certi momenti del sonno REM, una parte del cervello si "riaccendesse" e iniziasse a monitorare ciò che il resto della mente sta producendo.

Siamo svegli e stiamo sognando, simultaneamente.


Un confine che forse non esiste

La domanda che resta aperta — e che rende il sogno lucido così affascinante per la filosofia della mente oltre che per la psicologia clinica — è se la separazione tra veglia e sonno sia davvero così assoluta come la cultura occidentale ci ha insegnato a credere.

Tradizioni contemplative orientali, dalla meditazione tibetana al Yoga Nidra indiano, lavorano da secoli sulla continuità della coscienza attraverso diversi stati, incluso il sonno. Il sogno lucido, in queste tradizioni, non è un'anomalia curiosa: è una pratica, uno strumento di conoscenza di sé, un territorio da esplorare con la stessa serietà con cui si esplora la veglia.

La scienza occidentale sta cominciando — con la cautela che le è propria, e che le è necessaria — a fare le stesse domande.

Forse Giordano lo sapeva, quando dipinse la Notte con i suoi figli Sogni così vicini alla luce del giorno. Forse Shakespeare lo sapeva, quando scrisse che siamo fatti della stessa materia dei sogni.

La frontiera tra il dormire e il vegliare potrebbe essere molto meno solida di quanto abbiamo sempre creduto. E capire cosa succede in quello spazio di confine potrebbe insegnarci qualcosa di fondamentale su cosa significa, esattamente, essere coscienti.

M
T
G