sabato 14 febbraio 2026

Sognare sapendo di sognare: la scienza e il mistero del sogno lucido


Tra Luca Giordano, Shakespeare e la neurologia moderna: quando la coscienza non si spegne nel buio


C'è un dettaglio nell'affresco che Luca Giordano dipinse nel 1685 per la Galleria di Palazzo Medici Riccardi a Firenze che vale la pena fermarsi a osservare. In alto a destra dell'Apoteosi della dinastia dei Medici, la Notte vola avvolta in un mantello azzurro punteggiato di stelle. Accanto a lei c'è Morfeo, e attorno a entrambi si agitano i Sogni — figli della Notte, secondo la mitologia greca, creature sospese tra il mondo dei vivi e quello degli dèi.

Giordano non stava solo decorando una volta affrescata per compiacere i Medici. Stava raffigurando una cosmologia. Per i Greci, il sogno non era un sottoprodotto del sonno: era un luogo. Un territorio con le proprie leggi, i propri abitanti, la propria consistenza ontologica.

Shakespeare lo sapeva, e lo scrisse con la precisione di chi tocca una verità difficile da smontare:

Siamo fatti della stessa materia con la quale son fatti i sogni; e la nostra piccola vita è avvolta nel sonno.

La Tempesta, atto IV


Due mondi separati — o forse no

La cultura occidentale moderna ha operato una separazione netta: veglia da un lato, sogno dall'altro. Due stati incompatibili, due modalità dell'esistenza che si escludono a vicenda come il giorno esclude la notte. Nel linguaggio comune, questa gerarchia è evidente: quando vogliamo dire che qualcosa non è reale, diciamo che è come un sogno. Quando ci svegliamo da un incubo, ci consoliamo con il dismissivo era solo un sogno — come se la parola "solo" bastasse a sminuire ciò che abbiamo appena vissuto con piena intensità emotiva.

Eppure c'è un paradosso che questa liquidazione frettolosa non riesce a risolvere: dentro il sogno, mentre accade, non lo riconosciamo come tale. Lo viviamo come reale. Proviamo paura, gioia, dolore, stupore con la stessa intensità neurofisiologica con cui li proviamo da svegli. Le emozioni oniriche non sono simulacri: attivano le stesse strutture cerebrali, producono le stesse risposte ormonali, lasciano le stesse tracce mnemoniche.

Il sogno è falso solo in retrospettiva. Nel momento in cui accade, è il presente più assoluto che conosciamo.


Quando la coscienza non abbandona il dormiente

C'è però una categoria di esperienze oniriche che complica ulteriormente questo schema già fragile. Si tratta dei sogni lucidi: stati in cui il dormiente si rende conto, nel mezzo del sogno, di stare sognando — e in alcuni casi riesce persino a orientare consapevolmente il contenuto dell'esperienza.

Il termine fu coniato dallo psichiatra olandese Frederik Willems van Eeden, che alla fine dell'Ottocento tenne un diario sistematico dei propri sogni per oltre vent'anni, catalogando e analizzando le esperienze di lucidità onirica con un rigore scientifico raro per l'epoca. Van Eeden descrisse il sogno lucido come uno stato in cui la mente osserva se stessa dall'interno, consapevole del proprio funzionamento ma ancora immersa nella dimensione onirica.

Quello che i soggetti riferiscono di questa esperienza sfida le categorie abituali. Non si tratta semplicemente di "capire di sognare": è una condizione caratterizzata da percezioni insolitamente vivide, da una chiarezza cognitiva superiore alla veglia ordinaria, da sensazioni fisiche — luce, temperatura, consistenza delle superfici — percepite con un'intensità che i resoconti descrivono come difficile da comunicare a chi non l'ha vissuta.


Il paradosso del sognatore lucido

Il punto filosoficamente più denso è questo: il sogno lucido sovverte le leggi della logica aristotelica — la gravità non vale, le proporzioni non hanno senso, gli spazi si contraddicono — eppure il sognatore non avverte contraddizione. Anzi, vive quella sospensione delle leggi fisiche non come anomalia ma come caratteristica naturale del territorio che sta esplorando.

Per chi ascolta il racconto dall'esterno, l'esperienza appare paradossale. Per il sognatore, ha una sua coerenza interna inattaccabile.

La neurologia moderna ha cominciato a fare luce su cosa accade nel cervello durante questi stati. Studi condotti con la risonanza magnetica funzionale mostrano che durante il sogno lucido si attiva in modo anomalo la corteccia prefrontale dorsolaterale — la stessa regione associata alla metacognizione, ovvero alla capacità di osservare i propri processi mentali. È come se, in certi momenti del sonno REM, una parte del cervello si "riaccendesse" e iniziasse a monitorare ciò che il resto della mente sta producendo.

Siamo svegli e stiamo sognando, simultaneamente.


Un confine che forse non esiste

La domanda che resta aperta — e che rende il sogno lucido così affascinante per la filosofia della mente oltre che per la psicologia clinica — è se la separazione tra veglia e sonno sia davvero così assoluta come la cultura occidentale ci ha insegnato a credere.

Tradizioni contemplative orientali, dalla meditazione tibetana al Yoga Nidra indiano, lavorano da secoli sulla continuità della coscienza attraverso diversi stati, incluso il sonno. Il sogno lucido, in queste tradizioni, non è un'anomalia curiosa: è una pratica, uno strumento di conoscenza di sé, un territorio da esplorare con la stessa serietà con cui si esplora la veglia.

La scienza occidentale sta cominciando — con la cautela che le è propria, e che le è necessaria — a fare le stesse domande.

Forse Giordano lo sapeva, quando dipinse la Notte con i suoi figli Sogni così vicini alla luce del giorno. Forse Shakespeare lo sapeva, quando scrisse che siamo fatti della stessa materia dei sogni.

La frontiera tra il dormire e il vegliare potrebbe essere molto meno solida di quanto abbiamo sempre creduto. E capire cosa succede in quello spazio di confine potrebbe insegnarci qualcosa di fondamentale su cosa significa, esattamente, essere coscienti.

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martedì 9 maggio 2023

Il motore che non vuole morire: perché l'auto a combustione resiste nell'era dell'elettrico

Duecento anni di tecnologia fossile contro il futuro sostenibile: chi vincerà davvero?

 

Il XIX secolo ci ha consegnato due invenzioni destinate a ridisegnare il mondo: il motore a vapore e quello a combustione interna. La prima è ormai un reperto da museo. Il secondo gira ancora sotto il cofano di oltre un miliardo di veicoli in circolazione. Come mai una tecnologia nata nell'era dei panciotti e delle carrozze a cavallo continua a dominare le strade del XXI secolo?

La risposta non è tecnica. È politica ed economica.


Un'invenzione rimasta ferma nel tempo

Il principio su cui si basa il motore a combustione interna non è cambiato da quando Nikolaus Otto brevettò il suo ciclo a quattro tempi nel 1876: brucia un combustibile, sfrutta la pressione dei gas prodotti, converti il moto lineare in rotatorio. Ogni altra tecnologia che usiamo quotidianamente — dai telefoni ai sistemi medicali, dall'aeronautica all'informatica — ha subito trasformazioni radicali. Il motore termico, no.

Non è mancanza di ingegno. I progressi ci sono stati: iniezione diretta, turbocompressori, sistemi di gestione elettronica, motorizzazioni ibride. Ma si tratta di ottimizzazioni su un impianto concettuale immutato. Siamo ancora lì a bruciare idrocarburi per muovere pistoni, con un'efficienza energetica che raramente supera il 40% — il resto si disperde in calore.


Il peso del petrolio sulla politica globale

La vera ragione della longevità del motore termico va cercata fuori dai laboratori di ingegneria. L'industria petrolifera genera ogni anno ricavi nell'ordine dei tremila miliardi di dollari a livello globale. Attorno a questa cifra ruota un sistema di interessi che include compagnie energetiche, governi di Paesi produttori, lobbyisti, fondi d'investimento e istituzioni finanziarie.

Questo sistema non ha semplicemente difeso lo status quo: in più occasioni ha attivamente ostacolato le alternative. Il caso più emblematico è quello della fusione fredda: nel 1989, i chimici Martin Fleischmann e Stanley Pons annunciarono di aver ottenuto una reazione nucleare a temperatura ambiente, aprendo teoricamente la strada a un'energia quasi illimitata e a basso costo. La risposta della comunità scientifica fu rapida e demolente. Molti ricercatori indipendenti non riuscirono a replicare i risultati, e la scoperta fu archiviata come errore metodologico.

Quello che rimane aperto, ancora oggi, è il dubbio su quanto la fretta nel chiudere quella porta fosse scientifica e quanto invece fosse motivata dall'enormità economica delle implicazioni: un'energia accessibile e decentralizzata avrebbe reso obsoleto l'intero mercato dei combustibili fossili.


Dove siamo oggi: la transizione in corso

Il panorama, però, sta cambiando — più rapidamente di quanto molti avessero previsto. L'Unione Europea ha fissato al 2035 lo stop alla vendita di nuove autovetture con motore termico. La Cina, primo mercato automobilistico mondiale, ha superato nel 2023 il 30% di quota di vendite di veicoli elettrici. Tesla, che dieci anni fa era considerata un esperimento di nicchia, è oggi per capitalizzazione una delle aziende più grandi al mondo.

Le batterie agli ioni di litio hanno visto crollare il loro costo del 90% nell'ultimo decennio, e la ricerca sulle celle allo stato solido promette autonomie e tempi di ricarica che renderebbero il confronto con il rifornimento di benzina quasi irrilevante. Sul fronte parallelo, l'idrogeno — prodotto da fonti rinnovabili tramite elettrolisi — si candida come soluzione privilegiata per il trasporto pesante su gomma e per la navigazione commerciale, settori dove la batteria elettrica fa ancora fatica per questioni di peso e autonomia.


Il mondo che potremmo costruire

Non serve immaginare scenari fantascientifici. Le tecnologie per una mobilità a emissioni zero esistono già, sono sul mercato e diventano ogni anno più competitive. Quello che manca non è la soluzione tecnica, ma la volontà politica di accelerarne l'adozione e di smettere di sussidiare indirettamente i combustibili fossili attraverso mancati costi ambientali e sanitari che ricadono sulla collettività.

L'inquinamento da traffico è responsabile, secondo l'Agenzia Europea dell'Ambiente, di circa 300.000 morti premature ogni anno solo nel continente europeo. Un costo che non appare in nessun bilancio aziendale, ma che le società pagano in termini di spesa sanitaria, anni di vita perduti e qualità dell'aria nelle aree urbane.

Una transizione energetica reale non è una questione di ottimismo ambientalista: è un calcolo economico. Il prima si agisce, il minore sarà il costo complessivo — ambientale, sanitario e, alla lunga, anche industriale.


La domanda che conta

Il motore a combustione non è sopravvissuto perché è il migliore strumento disponibile. È sopravvissuto perché attorno a lui si è costruito un sistema di potere che ha reso costoso — politicamente, finanziariamente, talvolta scientificamente — immaginare alternative.

Quella stagione sta finendo. Non per decreto, ma per inerzia di mercato: le auto elettriche stanno diventando più economiche, più capaci, più desiderabili. I consumatori si stanno orientando. Gli investitori stanno disinvestendo dal fossile.

La domanda non è più se il motore termico sarà rimpiazzato. È solo quando — e se riusciremo a farlo abbastanza in fretta da non pagare un prezzo climatico che nessuna tecnologia potrà poi restituirci.

martedì 26 febbraio 2008

Elezioni, speranze e mali oscuri

Ci ritroveremo ad aprile a votare per decidere il nuovo governo, la nuova speranza, l'ennesima salvezza dai centenari problemi che affliggono il nostro paese. Non discuterò della legge elettorale che ci costringe a votare un insieme preimpostato di candidati scelti dalle segreterie di partito, considerando questa una delle cose più antidemocratiche che si possano contemplare. È altresì assurdo che in uno stato democratico europeo del XXI secolo, un governo non riesca a svolgere il suo mandato fino in fondo a causa dell'assenza di regole che impongano il rispetto delle decisioni degli elettori.

Si sono fatte molte discussioni e sono stati pubblicati molti libri sull'inettitudine altruistica dei politici, capaci invece di essere estremamente efficaci nella gestione degli interessi e tornaconti personali. Si è parlato molto di come siamo arrivati sull'orlo dell'abisso, ma a ben ricordare, viviamo da decenni con le stesse preoccupazioni e gli stessi problemi: la mafia blocca l'economia di gran parte della penisola, il sistema educativo è lasciato a se stesso, la ricerca scientifica è relegata in fondo alle priorità, la disoccupazione dilaga e viene scarsamente contrastata, e un'infinità di altri problemi si potrebbero aggiungere alla lista. Ma può essere solo colpa della classe politica lo sfacelo e il degrado della nostra nazione?

Io penso che il malessere sia invece più profondo, che qualcosa di infetto si sia diffuso tra la gente, un seme oscuro che ha inquinato i nostri cuori e ci ha resi ostili gli uni agli altri, distruggendo la cooperazione e la solidarietà sociale, due variabili fondamentali per la crescita e lo sviluppo di un popolo. La collettività è diventata una massa disgregata di individui che, per ottenere quello di cui hanno bisogno, non esitano a calpestare i diritti altrui o a ignorare cinicamente il benessere altrui, come se non facessero parte dello stesso insieme vitale, "Mors tua vita mea". Quando entro negli uffici pubblici, nei bar, nei supermercati, al lavoro, avverto l'inquietudine, la gente è nervosa, diffidente, chiusa al contatto esterno se non per quelle poche essenziali parole di rito dovute ai tipici rapporti cliente - gestore - commesso - datore di lavoro - dipendente, per il resto stop. Una spirale perversa di cattivi sentimenti e speranze nefaste pervade le nostre anime.

La fredda logica del sopravvivere ha sostituito le ragioni del cuore, della passione, dell'amore; oggi non si ama più, piuttosto tutto si consuma e si brucia, tutto è commercializzato e commercializzabile, ci siamo messi in vendita senza accorgercene, anzi ci siamo svenduti per niente. La cosa peggiore è che ne siamo consapevoli e, direi quasi desiderosi e felici di proseguire inermi lungo questa strada verso l'abisso.

Le prossime elezioni ci daranno un governo che come sempre e di qualsiasi colore sia, sarà lo specchio del vuoto e della voragine nera che pervade le nostre coscienze e la nostra razionalità, che gravemente attaccata, malata e fuorviata,
non ci permette più di capire che cosa realmente vogliamo, e grazie a questo ci vengono propinate tutte le più squallide menzogne che puntualmente digeriamo senza neanche masticarle. Fino a quando saremo afflitti da questa finta vita fatta di emozioni di plastica e non riusciremo a scrollarci di dosso questo isolamento emotivo, questo squallido vittimismo e torpore esistenziale non riusciremo a far cambiare il corso delle cose, soprattutto sperando di farlo con un semplice voto.


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domenica 20 gennaio 2008

Ama il prossimo tuo come te stesso, anche se ha il becco e le ali o cammina a 4 zampe e ha la coda

In fondo tutte le cose appartengono allo stesso calderone universale, l'infinitesimale della materia è come un brodo misto dentro il quale sguazziamo allegramente tutti noi, le nostre cose, i nostri pensieri. Guardando un sasso contempliamo un diverso stato energetico dell'insieme della materia alla quale apparteniamo e ogni nostro pensiero è una reazione elettrochimica di questo insieme. Ogni volta che soffermo la mia attenzione sullo sguardo di un gatto, un cane o un altro animale ritrovo una parte di me in loro che ha le stesse funzioni, mi rendo conto che hanno emozioni e bisogni similari al 100 per 100 ai miei. Sottostiamo bene o male alle stesse leggi della fisica e della chimica, ed anche se come umani ci riteniamo all'apice della piramide dell'evoluzione, siamo fragili quanto loro. Se ci ficcano un chiodo in testa, sia che sei una mucca sia che sei un uomo senti il medesimo dolore e fai la stessa fine, se ti mettono appeso sul ciglio di un burrone ti caghi addosso, sia che sei un gatto sia che sei un uomo, allora perché si pensa ancora oggi ad un animale come ad un oggetto o un materiale da fagocitare e buttare giù dallo scarico fognario umano. Mi rispondo che viviamo in un mondo in cui si uccidono bambini per masturbarsi o estirparne gli organi, si massacrano popolazioni per lotte di potere ed economiche, si producono tonnellate di rifiuti e veleni perché l'economia non può subire rallentamenti, la vita umana è soltanto un valore commerciabile e rientra nei bilanci aziendali che se ne fottono dell'umanità di ogni singolo individuo. Quindi in un mondo simile come pretendere che si abbia il giusto rispetto e riconoscimento per esseri che non hanno nessuna capacità di difendersi e soprattutto non hanno la capacità di organizzare una moderna class action contro la bestialità umana. Tutti mangiano il pollo, o il coniglio o la bistecca di vitello o maiale, ma quanti mangerebbero carne se dovrebbero uccidere un animale con le proprie mani? Un coniglio è bello a vedersi attraverso la vetrina di un negozio di animali, paffutello e col fiocchetto, il bambino passa e dice "Papà! Che carino, me lo compri?", allora io dico che se in macelleria lo si espone in questo modo, probabilmente su 100 conigli acquistati 80 non andrebbero a finire in padella, perché vederli e sentirli come un essere vivente e non come materiale inerte da masticare è un'altra cosa. Il trucco è che siamo assuefatti a una realtà parallela dove preferiamo non pensare oggettivamente da dove proviene un cosciotto di agnello e preferiamo ignorare anche che la bistecca deriva da una mucca alimentata con farina composta dai suoi stessi simili, hanno fatto diventare la mucca cannibale, sempre in nome dei bilanci aziendali. Qualcuno di voi ha sicuramente un animale domestico e tra questi c'è sicuramente qualcuno che ama quell'essere oltremisura, addirittura come un familiare o un fratello, io sono uno di quelli. Devo dire che anni fa anch'io vivevo nel limbo e nell'offuscamento della capacità di concretizzare la reale importanza degli animali e della natura, è stato dopo aver adottato dei cuccioli di gatto e aver lottato per farli vivere che mi si sono aperti gli occhi. I loro sguardi, il loro affetto sincero, la loro spensieratezza e giocosità hanno fatto il resto. La mia sensibilità verso la vita in generale e soprattutto verso la sofferenza di tutti gli esseri indifesi ha subito un'esponenziale crescita, non è che sia diventato un santo, ma ho migliorato il mio approccio con la società in generale e sviluppato un profondo senso di conservazione per quelle cose che mano a mano stiamo perdendo senza rendercene conto. Siamo troppo impegnati a pensare come comprarci il mega televisore al plasma dove guardare quei programmi che ti stimolano a mangiare e ingozzarti e ti insegnano a scorrazzare con un suv da 5000 di cilindrata su e giù per la città perché fà chic, sbavando di bestemmie contro tutti gli imbranati che ci bloccano il traffico e intanto diventiamo sempre più fottuti.


giovedì 3 gennaio 2008

La cauzione sui contenitori vuoti salverà il mio ottimismo

Sul finire di dicembre, una domenica mattina uno spiraglio di sole apparso dopo giorni di pioggia e nuvole mi mette il buon umore, allora ho pensato di godermi la mattinata correndo in riva al mare, assaporando la brezza e ritemprandomi il fisico e la mente. Indosso la mia tenuta da runner, prendo il mio lettore mp3 e mi dirigo verso la spiaggia e la battigia, che già immagino diversamente dall'estate, sgombra dalla massa e ritornata al suo primordiale stato di natura selvaggia.
Ma si sa, la mente riesce ad elaborare concetti fantastici e il pensiero ha gli occhi più lunghi della vista, che invece non perdona lo squallore che mi si presentò davanti. Dopo 3-4 giorni di mareggiate e temporali, sul bagnasciuga erano depositate per km, tutte le più elaborate nefandezze umane, e dico proprio tutte, la mia diventa una corsa ad ostacoli tra bottiglie di plastica, alle quali spetta il primo posto numericamente parlando, insieme ai sacchetti della spesa, poi copertoni, lattine, carcasse indefinite di animali, e tutto il resto che non sto ad elencare. Improvvisamente la mia visione di trascorrere una mattinata tra la natura incontaminata diventa un passaggio in un ambiente post apocalittico, mi ritrovo circondato da rifiuti, e una incredibile quantità di persone che facevano avanti ed indietro sulla spiaggia chi con metal detector, chi con semplici bastoni, alla ricerca di qualunque cosa potesse avere un minimo valore economico, alla fine quando anche il piccolo spiraglio di luce solare fu spento da una minacciosa massa nuvolosa, il paesaggio prese i i contorni che gli si addicevano, ingrigendosi ed adattandosi a quel diciamo -stato di agonia-. Allora mi sono defilato velocemente verso casa, rimproverando la mia romantica ed ottimistica visione delle cose, sgambettata crudelmente dalla realtà.
Nel pomeriggio riflettendo sull'argomento, ho pensato che una piccola ma efficiente soluzione per far si che alcuni rifiuti di largo uso e consumo, venissero perlomeno riciclati o non dispersi in modo terribilmente eccessivo nell'ambiente, potesse essere quella applicata già da anni in buona parte dei paesi europei più evoluti, in pratica mettere una piccola cauzione sui contenitori di plastica, vetro, alluminio, tetrapak e perché no anche sui copertoni. In uno dei miei viaggi in Germania, ricordo di essere entrato in un pub dove le bevande venivano servite in bicchieri di plastica dura, che pagavi un euro in più come cauzione, quando finivi la bevanda e ne volevi un'altra, ritornavi col vecchio bicchiere e questo ti veniva sostituito con un'altro, quando uscivi restituivi il bicchiere e ti tornavano l'euro, lo stesso procedimento era in auge in tutti gli esercizi pubblici, bar, stadi, centri commerciali. I vantaggi erano tanti, minore presenza di camerieri tra i tavoli, meno rifiuti da pulire, meno bicchieri rotti dove venivano usati quelli in vetro, e specialmente allo stadio o al cinema, non si vedevano scempi di rifiuti in giro. La stessa politica viene adottata dai supermercati che vendono con la cauzione le varie bevande di uso comune. Non capisco quali siano i limiti per poter applicare tale politica economica anche in Italia, non dico che questa soluzione permetta a me e a chiunque altro un giorno di passeggiare in una spiaggia linda e incontaminata, ma forse ci sarebbero più persone che farebbero a meno del metal detector, per passare a una piccola ma proficua raccolta di lattine, bottiglie di plastica e perché no anche copertoni usati, e il mio e altrui ottimismo potrebbero trarne beneficio.
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mercoledì 12 dicembre 2007

Marketing multilevel il ratto delle coscienze

Si sa che nel triste mercato del lavoro odierno esistono trappole, sfruttamenti e inique artefazioni, ma una su tutte fonda le sue basi sull'inconscio e la psicologia interpersonale, il marketing multilevel. Nato negli Stati Uniti all'incirca 50 anni fa, si è diffuso anche nella nostra cultura e sistema di lavoro, come innovativo metodo di guadagno, dagli orizzonti immensamente proficui. Non sto a spiegare i vari metodi di applicazione del sistema multilevel o piramidale che dir si voglia, quello che mi interessa far notare è l'incredibile stato di narcosi emotiva in cui cadono gli adepti attratti nella rete di questo sistema. Ho visto amici cambiare completamente personalità e carattere, annullare ogni residuo di vita sociale, sacrificandolo (loro non lo capiscono però) alla causa del successo e inseguendo il sogno di diventare un futuro Donald Trump o Bill Gates. I loro discorsi trascendono il comune senso della realtà identificando la massa che non li segue come semplici falliti che non hanno il coraggio di avere successo. Se critichi la loro, io la chiamo "setta", ti tacciano di mancare di umiltà e di non voler aprire la mente a un futuro di gioia e chissà che altro di meraviglioso. Ho notato che questo sistema direi liberamente e apertamente di "plagio" abbraccia molti settori al di fuori del semplice commercio di prodotti, specialmente religioni, sette e senza fare riferimenti il metodo si applica bene anche a certa politica "emozional-marketing-targeting". Ritornando a parlare degli adepti, il loro stato è penoso, partecipano di continuo a riunioni, in cui musiche stordenti, immagini di isole tropicali meravigliose, di macchine extra lusso la fanno da padrone. Si susseguono nella sala mano a mano che si vanno presentando i vari manager che espongono i grafici dei loro mega guadagni, grida di commozione, applausi scroscianti fino all'esaltazione e allo stordimento. La cosa che mi lascia alquanto perplesso è che in realtà loro cercano non tanto di vendere dei prodotti, ma mirano ad ingrandire la rete di vendita, trascinando principalmente amici, parenti e conoscenti, nel gorgo, il guadagno nella pratica si fonda sulle quote associative o fee d'ingresso dei nuovi soci. Altro aspetto del fenomeno è la natura ingannevole ed ermetica dell'esposizione del business, nessuno ti spiega di che cosa si tratta, sei solitamente invitato a una qualche riunione, da individui che ostentano macchine e vestiti di pregio, in modo da farti credere inconsciamente che loro c'è l'hanno fatta, ma la realtà è che gli serve altra legna da far ardere nel calderone di un meccanismo "diabolico", si questa è proprio la parola giusta. L'arma per difenderci e difendere quelli a cui teniamo è di imparare realmente a pensare con la nostra mente e ad osservare e valutare le cose più profondamente, eviteremo cosi di infangarci in melmosi trabocchetti. Qualcuno disse "Dai frutti si conoscono gli alberi" aggiungerei che oggi anche un frutto può essere sofisticato ed apparire per quello che non è, potrebbe avere un'ottimo aspetto e un buon sapore ma potrebbe risultare impossibile digerirlo.

giovedì 8 novembre 2007

Aspettative pessimistiche. Effetto Pigmalione, la vita che ci creiamo a volte inconsapevolmente.



Pigmalione, re di Cipro, era famoso per la sua abilità di scultore. Egli era così devoto a quest'arte a tal punto, da rinunciare al matrimonio, anche perché secondo lui, nessuna donna poteva eguagliare in bellezza le forme femminili che egli stesso era capace di modellare. C'era in particolare una statua d'avorio alla quale egli aveva lavorato così a lungo e così appassionatamente da innamorarsene perdutamente, gli diede nome Galatea. Pigmalione era disposto a dare tutto ciò che possedeva per vedere la statua animarsi, la ritoccava ogni giorno per renderla sempre più perfetta, e la notte gli giaceva accanto, con la speranza di vederla mutare in carne ed ossa. Galatea era il nome che egli aveva dato alla statua, l'ornava di preziosi tessuti e di gioielli, ma nonostante questo l'immagine rimaneva immagine. Chiese quindi a Venere di concedergli una sposa altrettanto bella e la dea esaudii la sua richiesta animando la statua stessa.
L'effetto Pigmalione, si basa su un concetto: l'idea che una persona ha di un'altra si trasmette a questa, anche se non viene formulata verbalmente. La forza e la qualità delle aspettative che nutriamo verso un'altra persona è in grado di influenzare il suo comportamento: gli psicologi definiscono questo fenomeno come "l'avverarsi della profezia".
La spiegazione in ambito psicologico di quello che Robert Rosenthal ha chiamato, appunto, effetto Pigmalione, è che le nostre aspettative possono influenzare in maniera radicale le nostre relazioni e le performance che possiamo ottenere dagli altri e non sempre purtroppo in maniera positiva.
Questo può spiegare anche perché alcune persone sembrano particolarmente sfortunate nei rapporti con gli altri: incontrano colleghi ipocriti, amici inaffidabili, partner egoisti, eccetera eccetera.
In realtà, vengono trattati come si aspettano di esserlo.
Chi si aspetta di essere tradito, mette in campo una serie di strategie che portano la dinamica relazionale proprio nella direzione che si vorrebbe evitare. In questo senso, la "profezia" del tradimento si "autorealizza".
Attenzione, quindi, al tipo di aspettative che costruiamo dentro la nostra mente, perché, che ne siamo consapevoli o meno, la nostra mente tenderà a fare in modo che queste stesse aspettative si realizzino.